Excerpta Funebris - Heavy Metal Heaven

Cover Excerpta Funebris finale650.jpgHeavy Metal Heaven (It)

In ambito black metal, uno degli stati che si è contraddistinto di più al di fuori della Scandinavia è la Francia: dai tempi delle famigerate Légions Noires fino a oggi, con gruppi come Peste Noire, Blut Aus Nord, Nocturnal Depression e Deathspell Omega, questa nazione ha infatti prodotto act non solo di qualità ma anche piuttosto originali, rispetto ai canoni del genere. Anche i musicisti di cui parliamo oggi, i Malmort, sono transalpini, precisamente di Chambéry nell’Alta Savoia, seppur non sembri: il loro black metal infatti sembra molto più norvegese che francese, influenzato com’è da nomi quali Mayhem, Burzum, Darkthrone e primi Enslaved. In ogni caso, il gruppo nasce nel 2003, e dopo alcuni anni di gavetta con un paio di mini album all’attivo, esordisce nel 2012 col full-lenght Vox in Excelso. Il loro come-back discografico avviene invece alla fine del 2014 con Excerpta Funebris (album di questa recensione), un lavoro solido e molto convincente che conta su un black metal variegato: oltre a essere come detto molto “nordeuropeo” esso ha infatti il gran pregio di variare la propria formula sia nel comparto musicale che in quello delle atmosfere, con queste ultime che oscillano tra toni quasi epici e momenti più rallentati e che sfiorano il black più etereo e diffuso. Il punto di forza maggiore di questo stile è tuttavia il suo risultare feroce e irruento senza però essere mai troppo di pancia, un’aggressione insomma ragionata che come vedremo tra poco lo rende molto più efficace di tanti gruppi black moderni. Prima di cominciare la disamina, degna di nota è anche la produzione, che a mio avviso è una tra le migliori sentite di recente in un disco black: il suono di Excerpta Funebris si presenta infatti grezzo e selvaggio, come dovrebbe sempre essere nel black, ma è anche molto pulito e nitido, con tutti (o quasi)gli strumenti perfettamente udibili in ogni momento.

I giochi partono con Las! Mort Qui T'A Fait Si Hardie, canzone che di lungo non ha solo il titolo ma anche la durata, fatto percepibile già dal dilatato intro. Questo infatti va avanti per parecchio tempo, lento e cupo ma rarefatto, con una sola chitarra, distortissima, che si erge echeggiando come nel vuoto, in totale solitudine, per un effetto tetro e potente. Tale sensazione si fa anche più forte quando la batteria di Oldar e il basso di Dalgrin fanno la loro entrata in scena, seguendo però placidamente i temi già sentiti: la traccia continua infatti sulle medesime coordinate molto a lungo, cupa ma lentissima, creando una sensazione soffocante e di attesa. Dopo circa due minuti e mezzo, d’improvviso la musica svolta inaspettatamente, con il ritmo che si fa cavalcante (e si manterrà così per quasi tutto il resto del pezzo) e il riffage che si fa più denso e classicamente black metal, evocando sin da subito una sensazione di intensa e oscura desolazione che potenzia molto quella eterea con cui il tutto è cominciato. Il brano attraversa poi vari passaggi, che vedono i cambi di ritmo e l’ingresso in scena dello scream strozzato e potente di Reicheran; nonostante ciò, il riffage rimane sostanzialmente lo stesso, con alcune variazioni che però non ne modificano radicalmente la natura. La progressione porta la canzone inoltre a farsi man mano più inquieta e movimentata, mentre rari sono i momenti in cui la potenza si fa da parte; tutto ciò beneficia inoltre di un ottimo songwriting, che rendono questo brano, nonostante la lunghezza, da subito un ottimo esempio del black metal labirintico e di altissima qualità dei Malmort. Le Mege de Second Ordre, che segue, attacca subito con potenza, lasciando da parte il tempo solenne della precedente per un blast beat che ritorna spesso a reggere il muro sonoro evocato dalle chitarre di Dalgrin e di Furthass; sotto alle parti cantate, dall’altro lato, il ritmo cala parecchio, anche se paradossalmente sono i momenti più rumorosi e densi del platter. Sembra che la rapida alternanza tra quelle due sezioni debba andare avanti a lungo, quando d’improvviso l’agitazione decade: ha origine da qui un lungo interludio molto lento e ossessivo, che presenta un mood lugubre e strisciante, un ottimo effetto che lo rende forse addirittura il momento migliore della song. Quindi, verso tre quarti il brano riparte, e dopo un breve passaggio dal vago retrogusto punk, la norma principale riprende per poi proseguire fino al convulso e quasi caotico finale: il complesso si rivela ancora di valore più che buono. Giunge ora Les Ecorcheurs: ancor più feroce della precedente, presenta un rifferama che ancora vede qualche influenza punk (sensazione data anche dalla prestazione di Oldar, che indugia a tratti sul D-beat) e si rivela arcigno e d’impatto, seppur l’ensemble non rinunci anche all’evocazione di un atmosfera cupa e gelida come il ghiaccio. Tali parti si alternano con altri momenti meno aggressivi e con una dose leggermente più alta di melodie, per un feeling vagamente più caldo ma ancora molto sinistro; la struttura è inoltre semplice, e prosegue con lo stesso scambio fino a tre quarti, quando la canzone rallenta per un rapido momento; parte da qui una coda in blast beat un po’ confusionaria, colpa anche allo scream echeggiato di Reicheran, che si rivela piacevole ma in fondo il momento meno valido di una canzone che tuttavia non ne viene rovinata, risultando alla fine ancora di alta caratura. Dopo qualche suono di lampo, Moribundus si dimostra molto differente dalle altre: la sezione ritmica infatti qui è assente, mentre la scena la occupano quasi tutta i lenti e dilatati fraseggi elettrici delle due chitarre acustiche, per un effetto ancora una volta strisciante e minaccioso coadiuvato da qualche suono ambientale e dalla prestazione di Reicheran, che si produce in un vasto assortimento di urla, sussurri e scream. Tutto ciò prosegue ossessivamente per meno di tre minuti e mezzo: proprio questa durata contenuta aiuta il pezzo a non essere noioso e a graffiare, nonostante la diversità col resto di Excerpta Mortis.

Nel suo intro, Disciplinati (titolo che non deve trarre in inganno, come tutte le canzoni anch’essa è cantata in francese) recupera presto la sezione ritmica, ma ci illude anche di trovarci di fronte a un altro brano catacombale e lentissimo; tuttavia, ciò viene presto smentito quando il cuore del pezzo entra nel vivo con una fuga caratterizzata dal vorticoso blast beat e da ritmiche altrettanto potenti. Non è finita qui, però, perché a tratti i momenti più lenti tornano brevemente a fare la loro comparsa, per la verità non sembrando in linea col resto anche un po’statici: nonostante il loro mood in linea col resto infatti sembrano interrompere un po’ la dinamicità della canzone. Per il resto però la traccia è ottima, eccezionale poi se si considera solo la lunga sezione centrale, con la sua mastodontica oscurità, i suoi passaggi corali e soprattutto un riffage black metal potentissimo e da estasi metallica, che sicuramente sa fare la felicità di ogni appassionato del genere. E’ quindi il turno di Le Gibet de Montfaucon, la quale si avvia con un attacco frontale del suo riff principale, feroce ed estremo ma che riesce a evocare anche un intento battagliero, quasi epico. E’ questo un feeling che si propagherà poi in buona parte della canzone, specie nei momenti che rallentano ma che sono comunque animati, venendo però a mancare nei tratti ancor meno veloci che si presentano al contrario alienanti e tombali. Il tutto si evolve inoltre lentamente, passando per varie frazioni anche piuttosto strane (ma quasi tutte buone, i momenti morti sono davvero pochi) fino a farsi melodica e quasi malinconica, verso metà; questo apice di armonia dura qualche momento, poi la ferocia black metal torna a fare il suo corso e la parte principale fa il suo corso fino alla conclusione. Nel complesso abbiamo un pezzo un po’ particolare, ma che comunque sa svolgere il proprio compito più che a dovere. Siamo già al finale, per cui la band ci ha riservato una lunghissima canzone, La Grande Danse Macabre, che incomincia con un lento arpeggio distorto e dissonante che va avanti a lungo, con incedere lugubre e catacombale animato giusto un po’ da Oldar e Reicheran, senza però particolari scossoni: l’effetto generale è solenne e ricorda da lontano il depressive black. Quando sembra che la canzone debba andare avanti tutta così, di colpo spunta un blast beat terremotante che porta il tutto nel vivo: dopodiché, la traccia si indirizza su un tempo medio-alto piuttosto animato, anche se questa nuova energia le fa perdere in parte la sua carica oscura; in compenso, la traccia può beneficiare di ottime melodie, maschie ed efficaci. Momenti serpeggianti e lentissimi e accelerazioni prepotenti e spesso ancora in blast si fanno strada varie volte all’interno della canzone, senza che nessuno di essi riesca a prendere il sopravvento; tutto ciò, inoltre, è caratterizzato dall’assenza di parti stagnanti, la situazione tende invece a evolversi molto, con riff che a volte si ripresentano in maniera diversa rispetto alle precedenti. In ogni caso, la scrittura è di alto livello e la complessità funziona quasi sempre; dall’altra parte, il pezzo sembra però un po’ discontinuo, il che lo rende probabilmente il brano meno valido del lotto, seppur abbia i suoi ottimi momenti e in toto risulti sicuramente appassionante, certo non un episodio da buttare. Così, dopo undici minuti, il disco sembra finito, ma dopo due minuti di silenzio (e un paio di colpi di bacchetta) si presenta come traccia nascosta una cover di In the Shadow of the Horns dei Darkthrone. Siccome lo stile dei Malmort è come detto molto influenzato da quello della band di Nocturno Culto e Fenriz, è ovvio che la rilettura non si discosti troppo dall’originale, presentando in più qualche passaggio diverso (come quello conclusivo) e un suono aggiornato e migliore. Nonostante questo però si sente proprio che i francesi ci mettono il cuore: il risultato finale, seppur aggiunga poco al resto del disco, è comunque piacevole e mette un sigillo niente male al platter.

Finito l’ascolto di quest’album, l’unico “difetto” che si può notare è che Excerpta Funebris si pone tutto sullo stesso alto livello, essendo però molto omogeneo in tal senso: gli mancano insomma quei due o tre pezzi a spiccare, i quali lo avrebbero potuto far arrivare facilmente al livello di capolavoro. Nonostante ciò, però, abbiamo lo stesso un lavoro fresco e convincente, che seppur non troppo originale ha il merito di non sembrare quasi mai troppo derivativo o stantio: per questo, se siete fan del black metal e magari avete anche nostalgia dell’epoca d’oro del genere, i Malmort vi sono consigliati più che caldamente.

Voto: 86/100

Mattia